Matteo Gorelli racconta: “Ho ucciso un carabiniere, sua moglie mi ha adottato”
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Matteo Gorelli racconta: “Ho ucciso un carabiniere, sua moglie mi ha adottato”

La storia di Matteo Gorelli incomincia il 25 aprile del 2011.

A un rave party, vicino Grosseto, 2 carabinieri fermano un auto con a bordo 4 adolescenti.

Matteo Gorelli, da poco maggiorenne, risulta essere positivo ai test sulle sostanze stupefacenti e gli viene ritirata la patente.

Accecato dalla rabbia, colpisce i carabinieri: uno viene aggredito a sprangate e perde un occhio mentre l’altro entra in coma farmacologico, morendo l’anno successivo.

La redenzione di Matteo Gorelli

Matteo Gorelli racconta:

“L’11 maggio 2012, il giorno più brutto della mia vita. Ho pensato che il gesto che avevo compiuto, per quando potessi sforzarmi di rimediare, conteneva l’irreparabile.”

Dal carcere Matteo Gorelli viene trasferito alla comunità Exodus di don Mazzi e lì arriva la sentenza che lo condanna all’ergastolo:

“Avevo negato la vita a un’altra persona, loro la negavano a me. Mi pareva ormai tutto deciso, finito.”

Da quel momento sconta la sua pena, ridotta a 20 anni, senza mai passi falsi. Anzi, il suo cammino di redenzione comincia proprio da quel giorno.

Al carcere di Bollate, Matteo Gorelli si laurea in Pedagogia alla Bicocca e gode dei permessi di lavoro presso la comunità Kayròs, dove si esercita come educatore.

Ora è intenzionato a prendere una seconda laurea in Economia e, insieme a 3 ragazzi, vince un bando della Scuola dei quartieri del Comune: un progetto, ‘Attitude Recordz‘, che prevede un nuovo centro giovanile.

Il cambiamento del ragazzo lo si deve soprattutto alla mamma Irene e a Claudia, la vedova del carabiniere ucciso.

Durante i primi tempi, Irene si è avvicinata a Claudia per aiutare il figlio:

“Ero gli occhi e le orecchie di Matteo, mio figlio doveva vedere e ascoltare le vittime, per potersi pentire fino in fondo. Lui era recluso in carcere, così andavo io da loro”.

E Claudia, con una forza d’animo indescrivibile, racconta:

“Forse non è un caso che quella notte abbia incontrato proprio il mio Antonio. Credeva con tutto se stesso nel recupero degli adolescenti, per questo faceva il carabiniere. Pensando a come questo ragazzo è diventato oggi, un senso a tutto questo ora lo trovo.”

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