Sana Cheema, la ragazza uccisa per aver detto ‘no’ al matrimonio. Il padre: “Sono innocente”
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Sana Cheema, la ragazza uccisa per aver detto ‘no’ al matrimonio. Il padre: “Sono innocente”

Nuova svolta sul caso di Sana Cheema, la 25enne italo-pakistana cresciuta a Brescia uccisa 3 anni fa in Pakistan dal padre e fratello per aver rifiutato le nozze combinate.

Nuove svolte sul caso

Fino ad ora il giudice aveva rinviato per ben 2 volte di rinviare l’udienza preliminare a causa dell’impossibilità di reperire gli imputati.

L’irreperibilità dei presunti autori dell’omicidio di Sana Cheema pregiudicava, infatti, la fattibilità del processo di cui, per Legge, gli accusati stessi devono essere a conoscenza.

Ma durante le scorse ore è arrivata una svolta inaspettata: Mustafa Cheema, di 52 anni, e il figlio Adnan, di 33 anni, sono finalmente stati trovati in un luogo top secret ai media.

Pare che i 2 abbiano contattato un avvocato del Foro di Brescia per affidargli il mandato difensivo, incaricandolo di aiutarli a dimostrare la loro innocenza.

Sebbene il capofamiglia nell’immediatezza degli eventi si era assunto la responsabilità del delitto, oggi ha ritrattato e si professa innocente.

Il femminicidio di Sana Cheema

Sana Cheema muore il 18 aprile del 2018 a Gujrat, il villaggio d’origine del padre.

Nel tasca dei suoi abiti era stato ritrovato un biglietto per rientrare in Italia.

La famiglia all’epoca sostenne la tesi della disgrazia casuale mentre le amiche della giovane credettero fin da subito si fosse trattato di un delitto d’onore.

Per l’ex procuratore generale, oggi in pensione, Pierluigi Dell’Osso:

“Sana fu strangolata con un ‘doupat’, un tubante elastico tradizionale, dagli uomini del clan che mal sopportavano il suo continuo rifiutare papabili futuri mariti e la sua ribellione ai diktat religiosi.”

“La morte è avvenuta per asfissia meccanica violenta da compressione del collo mediante strangolamento.

Annullando nel contesto sociale, politico ed economico caratterizzato da organizzazione per caste, i diritti politici e sociali fondamentali della vittima, soppressa per avere reiteratamente rifiutato il matrimonio combinato stabilito dai congiunti.”

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