Processo Eleonora Perraro: la difesa dell’ex marito accusa il cane dei morsi riscontrati sul corpo della donna
Italia

Processo Eleonora Perraro: la difesa dell’ex marito accusa il cane dei morsi riscontrati sul corpo della donna

La testimonianza di Erika, sorella di Eleonora Perraro, e dell’ex compagna di Marco Manfrini portano nuova luce sul caso.

Il caso di femminicidio di Eleonora Perraro

Eleonora Perraro è stata ammazzata a botte e morsi a Nago Torbole, in provincia di Trento, il 5 settembre 20219.

Il marito Marco Manfrini, ex idraulico 50enne, oggi è in carcere per il delitto.

Adesso la difesa dell’uomo durante il processo cerca di portare l’attenzione sul cane della vittima e su un terzo uomo che sarebbe stato presente al momento dei fatti.

La difesa sostiene infatti che i morsi ritrovati sul corpo della donna sarebbero del cane nonostante il parere del veterinario Roberto Guadagnini:

“Un cucciolo di 10 mesi dall’indole molto buona, anche vittima della violenza di Manfrini in quanto sono stati rilevati ematomi importanti, compatibili con calci inferti con violenza.”

Le dichiarazioni della sorella Erika

Contro questa teoria dei morsi del cane, si è mossa anche la sorella di Eleonora Perraro, Erika, che ha parlato di un rapporto di coppia fatto di abusi fisici e psicologici a causa di morsi, litigi e violenze da parte di Manfrini.

“Un terzo uomo non provato l’ha uccisa, il cane l’ha morsa e lui si trova lì da solo, illeso, con i vestiti imbrattati di sangue, il corpo irriconoscibile di Ele, e il cane zoppicante.

A parte la dentiera invenuta sotto il corpo di mia sorella. Non sono qui a giudicare nessuno, non voglio fare ipotesi ma qualche domande sulle assurdità sentite durante le ultime due udienze.

Il processo è in corso e si cerca di capire chi abbia compiuto quell’atto diabolico nei confronti di una persona fragile, indifesa e impossibilitata a muoversi in quanto aveva un trauma a un ginocchio, un dolore per il quale le era stato applicato un tutore coscia-caviglia che le bloccava i movimenti.”

Per quanto riguarda il cane, Erika racconta:

“Achille il giorno del delitto è stato portato subito in caserma da un amico di famiglia che è andato a prenderlo sul posto perché altrimenti sarebbe temporaneamente finito in canile.

Il cane era stato pesantemente picchiato: ma non ha avuto nessuna reazione di paura, nemmeno nei confronti di uno sconosciuto che l’ha portato via, anzi si è avvicinato lentamente per farsi coccolare.

Appena ho rivisto Achille, l’ho chiamato e mi è venuto incontro scondinzolando, seppur zoppicasse moltissimo. Era molto provato, ma nulla gli ha impedito di farsi coccolare, nemmeno dall’amico di famiglia fino a quel momento sconosciuto.”

“Achille ha dormito due notti nel letto con me perché era stato abituato così da mia sorella, stavano sempre insieme e nella cuccia piangeva. La mattina alle 5.30, ora in cui Eleonora si svegliava, mi leccava in viso e si avvicinava per le coccole.

Da quando siamo piccole abbiamo sempre avuto cani: pastori tedeschi, che addestravamo perché rispondessero agli ordini e non tirassero al guinzaglio.

Eleonora sapeva perfettamente gestirli e per esperienza personale posso dire che un pastore tedesco è più difficoltoso da ‘addestrare’ rispetto ai labrador retriever: Achille a 3 mesi rispondeva già agli ordini base.

Ordini che potevano essere impartiti da chiunque, proprio un cane aggressivo come descritto, credo che aggiungere altro sarebbe superfluo.”

Sulla linea difensiva adottata dagli avvocati del Manfrini Erika dichiara:

“I tentativi della difesa di cercare in qualche modo di coinvolgere il cane mi fanno crescere una grande rabbia. Perché? Quel cucciolo picchiato quasi a morte quella notte è stato a fianco alla nostra Ele fino alla fine.

Lei non è morta da sola perché c’era lui. Era con lei e sicuramente questo negli ultimi istanti di vita le ha dato conforto e non l’ha fatta sentire totalmente sola in balia del suo assassino. Un’anima pura era a fianco a lei. Non c’era solo il demonio.”

Lo sconvolgere ritratto dell’ex compagna del Manfrini

Sconvolgente appare anche il ricordo dell’ex compagna di Manfrini.

La donna descrive l’uomo come un violento ossessionato dai soldi, dipendente dalla droga e dall’alcool che l’aggrediva e picchiava con una brocca.

Racconta anche di una notte un cui l’avrebbe legata e violentata dopo averle proposto di prostituirsi per poter acquistare degli stupefacenti.

Erika conclude:

“Confido che il colpevole venga assicurato alla giustizia. Ho naturalmente un mio pensiero personale, saranno i giudici a stabilire quanto sia accaduto. Credo fermamente nel sistema della giustizia e sono certa che verrà riportata alla luce la verità.”

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